jueves, 12 de marzo de 2009

Voglia di musical. Per bambini.

I bambini hanno scoperto il musical. O meglio, il musical ha scoperto i bambini: si moltiplicano le offerte di spettacoli che tra una canzone e una coreografia portano in scena i beniamini dei più piccoli.

L’ultimo in ordine di apparizione è Pippi Calzelunghe, sì proprio la ragazzina con le lentiggini, le treccine all’insù e le calze a penzoloni ideata da Astrid Lindgren che nel 1970 fece la sua comparsa in bianco e nero sugli schermi televisivi italiani. Eroina delle bambine di ieri, che oggi si ritrovano mamme delle nuove piccole fan di questo incrocio al femminile fra Giamburrasca e Huckleberry Finn. La versione teatrale italiana (a cura di Sagitta Alter e Carlotta Proietti) ha avuto nientemeno che gli onori del Teatro Argentina, dove una simpatica e vivacissima Eleonora Tata calza con grande pertinenza i panni di Pippi.PIPPI CALZELUNGHE DAL VIVOLe sue avventure dal vivo risultano persino più coinvolgenti di quelle su carta o su schermo, con i bambini intenti ad avvertirla dell’avvicinarsi di sinistri figuri (Pippi svegliati! è il coro unanime) o a ridere entusiasti per il cavallo a pois e lo scimmiotto. Curioso cortocircuito per una generazione venuta su a playstation e virtualità, che si ritrova a teatro a tu per tu con la materializzazione della fantasia. Le creature un po’ magiche e un po’ irreali che popolano i loro giochi solitari sono lì a un passo, in carne e ossa: un’attrazione irresistibile che fa cassa al botteghino e tournée in tutto il paese. Forse è anche questo il segreto del successo di un genere - il musical, appunto - che ha sempre stentato in Italia a trovare gli stessi consensi che permettono a Londra e a Broadway di mantenere titoli in cartellone per anni. Il merito di aver fatto da battistrada va sicuramente a Saverio Marconi e alla Compagnia della Rancia, che ha scelto di percorrere questa strada in tempi non sospetti e assai impervi. Non è un caso che sia Fabrizio Angelini - cresciuto in quella «scuola» - a firmare le coreografie di Pippi. Ma c’è un altro dato interessante: produzioni italianissime come le Winx hanno attirato l’interesse del mercato estero, così lo show on ice con Carolina Kostner è stato il primo musical italiano a essere esportato all’estero. Alla faccia delle megaproduzioni Disney che da anni invadono le piste di pattinaggio con tutto il repertorio peluche di Topi, Paperi e Principesse, come il nuovo spettacolo «on ice», che arriva dal 18 marzo in Italia (prima tappa Milano, dal 25 marzo a Roma e dal 1° aprile a Torino). In pista scendono Cenerentola, Jasmine, Ariel, Aurora, Belle, Mulan e Biancaneve, pronte a infiocchettare con un’incursione di Trilly una storia di ghiaccio, amore e fantasia che prevede solo lustrini e niente scorrettezze à la manière di orchi caccolosi...Alla fortuna del musical per bambini ha certo contribuito anche la bella risonanza ottenuta dal Peter Pan, adattamento teatrale dal capolavoro di J.M.Barrie e spettacolo record del Teatro delle Erbe per la regia di Maurizio Colombi, che dal 2006 ha collezionato più di quattrocentomila spettatori ed è ancora in tournée. Una produzione di tutto rispetto, con la colonna sonora firmata da Edoardo Bennato (ripresa e riarrangiata dallo stesso cantautore dal suo album Sono solo canzonette), con effetti speciali da avanguardia (la fatina Trilly animata con tecnologie laser), collaborazioni di lusso (il fantasista Arturo Brachetti).PETER PAN & CO.E che genera sequel: il regista Maurizio Colombi è stato chiamato a dirigere anche il musical sui Gormiti, mentre Manuel Frattini, Peter Pan al debutto, colleziona un altro personaggio doc nel musical dopo il Pinocchio con la Rancia e ora nei panni di Robin Hood delle scene (musical di Beppe Dati in tournée per l’Italia).A tanto entusiasmo fra le platee corrisponde - logica implacabile di mercato - un’offerta di scuola di musical anche per i più piccini: corsi per bambini vengono organizzati presso la Scuola Cluster a Milano (www.scuoladimusicacluster.it) e corsi di musical per ragazzi sono previsti a Bologna alla Bernstein School of Musical. Anche il sud si risveglia al richiamo della sirena musicale e a Bari alla fine di maggio si svolgeranno le finali del Festival del Musical per Ragazzi (28-29 e 30 maggio). Piccoli attori-ballerini-cantanti crescono: anche nel paese del melodramma si cede alla fascinazione del musical...
ROSSELLA BATTISTI

martes, 10 de marzo de 2009

Svelati i segreti cerebrali


È il primo incontro quello che conta.

le prime impressioni con cui si stabiliscono simpatie e antipatie, ma soprattutto amore e attrazione.Uno studio americano ha individuato per la prima volta i meccanismi cerebrali che si attivano quando conosciamo qualcuno, e che freneticamente elaborano un’idea, quasi sempre definitiva, sul tipo di sentimento che proveremo per lei. I ricercatori presso l’Università di New York, guidati da Elizabeth Phelps, nel loro studio pubblicato sulla rivista scientifica britannica «Nature Neuroscience» riferiscono che due aree del cervello sono coinvolte in questo processo. Sia l’amigdala che la corteccia cingolata posteriore, infatti, si attivano quando conosciamo una persona: la prima, piccola struttura nel lobo temporale mediale, più da un punto di vista emotivo, sociale e culturale, la seconda si occupa invece delle valutazioni razionali ed economiche, e di assegnare un valore soggettivo alle ricompense. Analizzando le reazioni dei partecipanti allo studio su 20 soggetti virtuali, di cui venivano presentato un profilo e una foto allegata, la risonanza magnetica funzionale ha «fotografato» attività significative nelle due regioni del cervello. Pochi istanti, e l’idea su una persona era già formata.

jueves, 5 de marzo de 2009

Eisner: il «Contratto» che ha fatto nascere il graphic novel

«Un uomo di mezza età che ha perso il portafoglio nella metropolitana di New York». Così Will Eisner, creatore della celebre serie a fumetti The Spirit, descrive il suo lettore-tipo. Il grande autore di origine ebraica, padre del moderno romanzo a fumetti, è uno dei pochi in questo ambito ad avere formulato una poetica personale autentica e compiuta, elaborata nell’arco di almeno 30 anni e di una quindicina di volumi: le storie di Eisner sono ambientate quasi sempre nei suoi anni formativi, quelli della Grande Depressione, e i protagonisti sono uomini ormai avviati verso la vecchiaia, alle prese con gli affanni della vita e alla ricerca di un significato che sembra eluderli continuamente. Questi evidenti avatar dell’autore sono spesso affiancati dal giovane Willie, in cui Eisner si ritrae adolescente innocente ed entusiasta.COME UN MARINAIOTutti temi e personaggi che attraversano Contratto con Dio - La trilogia (Fandango Libri, pagine 498, euro 28), vera e propria summa artistica e narrativa di Eisner, che nell’introduzione così riassume il suo ruolo di narratore: «Sono nato e cresciuto a New York, lì sono sopravvissuto e ho avuto successo, e con me trascino un carico di ricordi, alcuni dolorosi altri piacevoli, rimasti chiusi nello scrigno della mia mente. Come un antico marinaio ho bisogno di condividere le esperienze e le osservazioni accumulate nel tempo. Potete considerarmi un testimone per immagini della vita, della morte, del dolore e dell’incessante lotta per la supremazia... o perlomeno per la sopravvivenza».Il volume comprende Contratto con Dio (una raccolta di quattro racconti, tra cui quello omonimo), La forza della vita e Dropsie Avenue, storie accomunate dall’ambientazione nella fittizia Dropsie Avenue, la via del South Bronx simbolo di una New York multietnica che l’autore vede trasformarsi radicalmente e più volte nel corso della sua lunga vita.NEL BRONXIn Contratto con Dio un uomo pio e devoto si ribella al Dio iniquo che gli ha spezzato il cuore. In La forza della vita un uomo ricerca disperatamente il senso di ciò che gli accade, sullo sfondo della Grande Depressione e delle persecuzioni antisemite nella Germania nazista. Dropsie Avenue, storia dell’omonima via del Bronx e di oltre 100 anni trasformazioni etniche, politiche e sociali, è una commovente dichiarazione d’amore per la città e i suoi abitanti, per le donne e gli uomini che infondono carattere, anima e sangue alle strade e agli edifici: «In fondo, i palazzi non sono che palazzi. È la gente a fare il quartiere».Contratto con Dio - La Trilogia non è una raccolta nata per pure esigenze di catalogo: nelle ultime settimane di vita è lo stesso Eisner a mettere a punto il volume, aggiungendo pagine inedite e intervenendo su aperture e chiusure dei romanzi originali.L’ECO DI BALZACRomanzi considerati unanimemente capolavori del fumetto contemporaneo, in cui Eisner - mai così ispirato - alterna momenti lirici e intimisti alla rappresentazione della Storia In Atto, prodotto collettivo dagli sforzi dei singoli. Un afflato corale animato da un gran numero di personaggi e comprimari, che Eisner introduce e muove magistralmente, in una comédie humaine esplicitamente ispirata a Balzac (uno dei modelli di Eisner, insieme a De Maupassant e O’Henry per il racconto breve). Il tutto sorretto da un estro grafico secondo molti inarrivabile: padrone indiscusso degli strumenti della narrazione per immagini, Eisner elimina bordi, apre margini, dilata vignette fino a ricavarne intere pagine, si produce in vedute aeree e paesaggi urbani vertiginosi, intuendo - come già con The Spirit - prospettive e punti di vista che stupiscono più di un cineasta, dal William Friedkin di Il braccio violento della legge e L’Esorcista, al Brad Bird di Il gigante di ferro, Gli Incredibili e Ratatouille.«Just fitting», direbbero negli Usa: del tutto appropriato per un autore che per carica innovativa, indipendenza e influenza su un intero settore è stato soprannominato «l’Orson Welles del fumetto».

Di Andrea Plazzi

viernes, 27 de febrero de 2009

Patti Smith: vi svelo il segreto della mia vita


Ho sempre pensato che il rock sia un linguaggio talmente articolato da permettere a una ricerca spirituale intensa di esprimersi pienamente. Il rock, con il suo battere/levare, con l’andare alla radice del ritmo, è la rappresentazione più potente del corpo e della sua immensa energia. È in questo senso - un senso profondamente «religioso» - che Patti Smith è stata a buon diritto chiamata la «sacerdotessa» del rock. Nel suo sciamanico mettersi in scena, Patti Smith comunica nella maniera più alta - e insieme comprensibile a chiunque - una cosa semplicissima: la celebrazione della vita. E «semplice», del resto, è la parola che lei usa continuamente, come chiave di lettura del mondo. A Milano per presentare il film di Steven Sebring sulla sua vita, risponde alla domande con un’intenzione e un sorriso assolutamente «semplice», «innocente». «La vita è così semplice», dice - e non si può fare a meno di pensare quanto la semplicità sia la cifra mistica per eccellenza, da Paolo di Tarso all’Idiota di Dostoevskij. Il film di Sebring, allora, piace secondo Patti proprio per la sua «semplicità»: perché non è un «rock’n’roll film», ma «è come se dicessi “venite a casa mia”».Un invito immediato, a condividere l’intimità del quotidiano. In questo senso il film rappresenta perfettamente quel che un artista fa: esporre il proprio segreto.Esposizione di sé che non significa evidentemente «esibizione» da rockstar, ma una volontà di condividere con gli altri, di comunicare (e non a caso Pasolini è uno dei numi tutelari di Patti: «La morte sta nel non poter più comunicare») - dove la condivisione è necessità di mettersi a nudo, esporsi al contagio dell’altro. Il segreto della vita, dice Patti, è «semplice». E anzi, l’eroismo vero - oltre i miti, oltre i «grandi uomini» - sta proprio nella semplicità: in coloro che tengono pulite le strade, in coloro che riciclano, in coloro che fanno ogni giorno, nel posto in cui sono, «il meglio che possono». È solo da questo riconnettersi alla profondissima semplicità della vita che risiede la salvezza del mondo.L’INSEGNAMENTO DEL ROCKE allora la riuscita stessa di Obama - la cui bellezza sta nel fatto che è «un uomo molto intelligente ma con la semplicità del buon senso» - può venire solo se avrà il supporto del popolo americano, e del mondo intero. Si tratta per lui, dice Patti, di riscattare «il cattivo esempio che l’America ha dato negli ultimi anni al mondo». Questo lo si potrà fare anche prendendo esempio dal rock: perché il rock insegna a cooperare, a collaborare con gli altri. «Io sono la leader del mio gruppo - dice Patti - ma tra di noi c’è un assoluto senso di uguaglianza: quello che importa nel rock è lo sforzo collaborativo, nient’altro». E il film di Sebring racconta bene queste innumeri collaborazioni di Patti con gli artisti: esemplare anche in questo, nel dichiarare senza paura tutti i suoi debiti, con le persone che hanno fatto parte della sua vita, vive e morte - da Arthur Rimbaud al marito sempre amato Fred Sonic Smith. Con il quale ci lascia, recitando come poesia il testo della sua canzone manifesto, People have the power.
Marco Rovelli

jueves, 26 de febrero de 2009

Guerra abierta en la escena italiana


Baricco abre un polémico debate sobre la subvención estatal de la cultura


La guerra del teatro ha estallado en Italia. El escritor, director y autor teatral Alessandro Baricco abrió fuego el martes con un largo artículo en el diario La Repubblica titulado "El espectáculo ha terminado". El autor de Seda venía a decir que, a la luz de la crisis global actual, la subvención pública de la cultura, ese "río de dinero" resulta un escándalo y un desperdicio inaceptable. "Bajo la lente de la crisis económica, todo arderá, y mucho más rápido de lo que se cree". Y termina: "El mercado es hoy ya suficientemente maduro y dinámico como para poder funcionar solo".

Y abrió, claro, la caja de los truenos. A muchos niveles. Sus frases lapidarias dan en la diana y son fácilmente extrapolables a otros países del entorno europeo. Acaso muchos suscribirían frases como "en estos tiempos de crisis no se puede seguir pensando que toda la cultura sea financiada con fondos públicos". Las cifras que aparecen en los cuadros que complementan el artículo y reflejan el dinero que el Estado da al cine y a las artes escénicas son de vértigo (378 millones de euros en 2009). Mejor sería, dice Baricco, destinarlo a la formación progresiva del público, "es hora de dar un impulso a escuela y televisión".
El director de orquesta Riccardo Muti (ex director musical de La Scala de Milán) y el cineasta y director operístico y de teatro Franco Zeffirelli no han dudado en apoyar al escritor. Ayer, de nuevo en La Repubblica, el primero clamaba por la urgente necesidad de los elementos formativos, las escuelas, y el uso racional de la televisión. El segundo sentenciaba: "Finalmente alguien dice lo que vengo predicando desde hace más de 15 años: el Estado debe separarse de la actividad cultural como en los países verdaderamente democráticos, como Estados Unidos". Y con la ironía que le caracteriza, acentuó: "Ya lo ha dicho Baricco, al menos la mitad del dinero que el Estado da al teatro va a los parásitos que pueblan tanto el Ministerio de Finanzas como el del espectáculo".
Desde un ángulo muy distinto ven las tesis de Baricco el premio Nobel y gran hombre de teatro Dario Fo o Sergio Escobar, el nuevo director del Piccolo Teatro de Milán (primero entre los escenarios públicos financiados por el Estado italiano). Fo recela: "Se necesitan regulaciones transparentes por respeto al público". Pero casi airado añade: "Sobre la financiación de la cultura no se discute, sobre todo porque en Italia el porcentaje del PIB que se da a la cultura [0,16] es 10 veces inferior a la media europea [1,4]". Escobar dice: "No quiero polemizar, pero las tesis de Baricco son excluyentes". El director cinematográfico Paolo Sorrentino (realizador de Il divo) no apoya al escritor, pero matiza cuando expresa que se acerca a las tesis de Baricco de cambiar los objetivos culturales hacia la escuela y la televisión.
Los políticos también han saltado a la palestra, tanto desde la desconcertada y casi descompuesta izquierda como del ático berlusconiano. Baricco ha puesto el dedo en la llaga. Al final del artículo concluía: "Parece un problema técnico, pero es sobre todo una revolución mental. Los frenos son ideológicos, no prácticos. Parece una utopía, pero la utopía está en nuestras cabezas: no hay un sitio donde sea más fácil hacerlas realidad".
di ROGER SALAS -

Matite in fuga: i disegnatori italiani volano in America


«Italians do it better». Il motto vale anche per il mondo del fumetto. Tanto che, negli ultimi mesi, è in corso una vera fuga di cervelli - o di matite, se volete - che ha spostato alcune decine di giovani disegnatori del nostro Paese alla corte di Marvel e Dc, i colossi statunitensi dell’industria dei comics. Quelli dell’Uomo Ragno e di Batman, per capirci.EMIGRANTI CREATIVIUn’emigrazione creativa, non fisica, nel senso che le nuove tecnologie e la velocità dei collegamenti permettono ai disegnatori di starsene a casa propria, se non per partecipare a mostre o incontri, come l’annuale convention di San Diego. Intendiamoci, le menti creative nostrane sono sempre state apprezzate all’estero, anche in passato. Basti pensare al rapporto privilegiato della Francia con maestri come Vittorio Giardino e Milo Manara. Ma qui il fenomeno ha caratteristiche ben diverse. Innanzitutto perché si tratta di autori trentenni che, spesso, sono arrivati al successo (e, un po’ paradossalmente, ad ottenere incarichi in Italia) proprio grazie agli albi americani. Poi perché, seppur inizialmente sconosciuti, sono stati lasciati liberi di portare il proprio stile - in molti casi ben lontano dai tradizionali canoni statunitensi - su vere e proprie icone dei comics come Spiderman, gli X-Men e Devil. Fatto sta che, su 24 disegnatori selezionati da C.B.Cebulski, editor della Marvel Comics che ha effettuato un tour in vari paesi europei (e quest’anno torna a Mantovacomics), la metà sia italiana. E i frutti del lavoro cominciano a vedersi: basta scorrere in rassegna le uscite degli ultimi mesi, per notare nei credits nomi chiaramente nostrani. A partire dalle illustrazioni di copertina, come l’oscuro Batman di Simone Bianchi, i dipinti di Gabriele Dell’Otto sui Vendicatori e gli X-Men della new entry Mario Alberti.UNO STILE UNICOLa chiave di questo successo va ricercata proprio nell’unicità dello stile di questi giovani disegnatori, che uniscono la dinamicità del disegno made in Usa (meno vincolato alla classica «gabbia» delle vignette bonelliane) a una tecnica e una freschezza superiore alla media. Un gusto «europeo» che, probabilmente, permette un lavoro maggiore di introspezione sui personaggi, senza sacrificare l’azione o la composizione delle tavole. Poi c’è anche un discorso economico da fare. Se è vero che il crollo del dollaro al cambio internazionale ha «tagliato» gli stipendi dei disegnatori europei, è anche vero che il livello di entrata di un giovane che viene scelto dai colossi Usa è comunque un po’ più soddisfacente della media italiana. Diciamo tra i 150 ai 300 dollari a tavola come «livello d’entrata», per poi crescere a cifre molto più alte man mano che l’artista si afferma.IL PARERE DEI DISEGNATORIE poi, spiega Giuseppe «Cammo» Camuncoli, che è stato uno dei capostipiti di questa ondata di disegnatori (è dal 2000 che collabora Oltreoceano), anche se non esiste l’assunzione a tempo indeterminato «diciamo che il lavoro non manca. E, se piaci, te lo assicurano per diversi anni». Secondo Camuncoli, cresciuto a pane e fumetti anglo-americani, «gli editor Usa sono un po’ più aperti ad accettare uno stile più personale, mentre in Italia è richiesto, legittimamente, uno stile più classico». Insomma, chiosa Antonio Fuso, uno dei giovanissimi selezionato al Chesterquest, «se in Italia l’unico modo per campare di questo lavoro sono la Bonelli e forse l’Eura, negli Stati Uniti, qualche possibilità in più c’è. Inoltre, una volta stabilito che fai per loro, fanno di tutto per renderti la vita più facile e interferiscono in modo nullo sul tuo lavoro».Ultimamente, però, qualcosa sta cambiando, se è vero che Camuncoli - come ha fatto nei mesi scorsi Carmine Di Giandomenico, autore di Magneto Testament, che racconta di un inquietante bambino con poteri speciali in un lager nazista - sta lavorando ora sul Dylan Dog (a colori). «Un onore», chiosa il disegnatore. Infine, per Dell’Otto, copertinista e illustratore esploso prima in Germania e Francia, poi negli Usa e solo negli ultimi anni in Italia («Nel 2003, alla mostra di Lucca, mi riconoscevano in pochissimi...»), è anche una questione culturale: «Pur con tutta l’arte e la tradizione che abbiamo in Italia, il fumetto è sempre stato relegato in una nicchia. Ma da un po’ di tempo il vento è cambiato...».Non solo cervelli in fuga, anche i «balloon» volano in America: decine di giovani fumettari italiani partono alla volta della corte dei colossi statunitensi Marvel e Dc Comics.
Matite in fuga: i disegnatori italiani volano in Americadi Andrea Bonzi
«Italians do it better». Il motto vale anche per il mondo del fumetto. Tanto che, negli ultimi mesi, è in corso una vera fuga di cervelli - o di matite, se volete - che ha spostato alcune decine di giovani disegnatori del nostro Paese alla corte di Marvel e Dc, i colossi statunitensi dell’industria dei comics. Quelli dell’Uomo Ragno e di Batman, per capirci.EMIGRANTI CREATIVIUn’emigrazione creativa, non fisica, nel senso che le nuove tecnologie e la velocità dei collegamenti permettono ai disegnatori di starsene a casa propria, se non per partecipare a mostre o incontri, come l’annuale convention di San Diego. Intendiamoci, le menti creative nostrane sono sempre state apprezzate all’estero, anche in passato. Basti pensare al rapporto privilegiato della Francia con maestri come Vittorio Giardino e Milo Manara. Ma qui il fenomeno ha caratteristiche ben diverse. Innanzitutto perché si tratta di autori trentenni che, spesso, sono arrivati al successo (e, un po’ paradossalmente, ad ottenere incarichi in Italia) proprio grazie agli albi americani. Poi perché, seppur inizialmente sconosciuti, sono stati lasciati liberi di portare il proprio stile - in molti casi ben lontano dai tradizionali canoni statunitensi - su vere e proprie icone dei comics come Spiderman, gli X-Men e Devil. Fatto sta che, su 24 disegnatori selezionati da C.B.Cebulski, editor della Marvel Comics che ha effettuato un tour in vari paesi europei (e quest’anno torna a Mantovacomics), la metà sia italiana. E i frutti del lavoro cominciano a vedersi: basta scorrere in rassegna le uscite degli ultimi mesi, per notare nei credits nomi chiaramente nostrani. A partire dalle illustrazioni di copertina, come l’oscuro Batman di Simone Bianchi, i dipinti di Gabriele Dell’Otto sui Vendicatori e gli X-Men della new entry Mario Alberti.UNO STILE UNICOLa chiave di questo successo va ricercata proprio nell’unicità dello stile di questi giovani disegnatori, che uniscono la dinamicità del disegno made in Usa (meno vincolato alla classica «gabbia» delle vignette bonelliane) a una tecnica e una freschezza superiore alla media. Un gusto «europeo» che, probabilmente, permette un lavoro maggiore di introspezione sui personaggi, senza sacrificare l’azione o la composizione delle tavole. Poi c’è anche un discorso economico da fare. Se è vero che il crollo del dollaro al cambio internazionale ha «tagliato» gli stipendi dei disegnatori europei, è anche vero che il livello di entrata di un giovane che viene scelto dai colossi Usa è comunque un po’ più soddisfacente della media italiana. Diciamo tra i 150 ai 300 dollari a tavola come «livello d’entrata», per poi crescere a cifre molto più alte man mano che l’artista si afferma.IL PARERE DEI DISEGNATORIE poi, spiega Giuseppe «Cammo» Camuncoli, che è stato uno dei capostipiti di questa ondata di disegnatori (è dal 2000 che collabora Oltreoceano), anche se non esiste l’assunzione a tempo indeterminato «diciamo che il lavoro non manca. E, se piaci, te lo assicurano per diversi anni». Secondo Camuncoli, cresciuto a pane e fumetti anglo-americani, «gli editor Usa sono un po’ più aperti ad accettare uno stile più personale, mentre in Italia è richiesto, legittimamente, uno stile più classico». Insomma, chiosa Antonio Fuso, uno dei giovanissimi selezionato al Chesterquest, «se in Italia l’unico modo per campare di questo lavoro sono la Bonelli e forse l’Eura, negli Stati Uniti, qualche possibilità in più c’è. Inoltre, una volta stabilito che fai per loro, fanno di tutto per renderti la vita più facile e interferiscono in modo nullo sul tuo lavoro».Ultimamente, però, qualcosa sta cambiando, se è vero che Camuncoli - come ha fatto nei mesi scorsi Carmine Di Giandomenico, autore di Magneto Testament, che racconta di un inquietante bambino con poteri speciali in un lager nazista - sta lavorando ora sul Dylan Dog (a colori). «Un onore», chiosa il disegnatore. Infine, per Dell’Otto, copertinista e illustratore esploso prima in Germania e Francia, poi negli Usa e solo negli ultimi anni in Italia («Nel 2003, alla mostra di Lucca, mi riconoscevano in pochissimi...»), è anche una questione culturale: «Pur con tutta l’arte e la tradizione che abbiamo in Italia, il fumetto è sempre stato relegato in una nicchia. Ma da un po’ di tempo il vento è cambiato...».Non solo cervelli in fuga, anche i «balloon» volano in America: decine di giovani fumettari italiani partono alla volta della corte dei colossi statunitensi Marvel e Dc Comics.
di Andrea Bonzi

viernes, 13 de febrero de 2009

Cancro, un test dice chi guarisce




Il risultato utile per selezionare le cure del tumore al colon retto

TORINONonostante i tagli, la ricerca italiana è in grado di togliersi ancora qualche soddisfazione. La buona notizia arriva dall’Istituto per la ricerca e cura dei tumori di Candiolo, dove Alberto Bardelli, professore universitario e direttore del laboratorio di genetica molecolare, ha annunciato la scoperta di un nuovo test molecolare, il «Kras», per valutare l'efficacia delle cure contro il tumore al colon-retto. Il terzo per diffusione nel mondo, un killer da 212 mila morti e un milione di nuovi casi all’anno in Occidente, di cui 35 mila in Italia. Il test, già approdato alla fase clinica e realizzato in collaborazione con Salvatore Siena, direttore oncologo dell’ospedale Niguarda di Milano, consente di conoscere con certezza su quali pazienti colpiti da metastasi funziona la cura più avanzata, a base di anticorpi monoclonali (Cetuximab e Paritumumab), in grado di aumentare di due anni la speranza di vita. Fino a pochi mesi fa si sapeva soltanto che nella maggior parte dei casi l’esito era negativo, mentre il 15 per cento dei malati rispondeva molto bene. Ora, prima di sottoporre i pazienti a cure invasive e costose (un singolo trattamento costa fino a 30 mila euro, mentre il test solo 220: è stato calcolato che solo negli Usa la scoperta farà risparmiare 700 milioni di dollari l’anno), è possibile individuare prima di procedere i casi in cui la terapia sicuramente non avrà successo, circa la metà. I ricercatori hanno scoperto che la cura non dà risultati quando la cellula tumorale presenta una mutazione del gene «Kras» o «Braf» e hanno messo a punto la procedura per scoprire quando è presente. Il test, la cui validità è stata riconosciuta dall’Agenzia europea per i medicinali e dall’Associazione degli oncologi americani, è già obbligatorio e il centro di Candiolo (dove oggi e domani si tiene un corso per i medici del Nord Italia) è stato indicato dall’Associazione italiana medici oncologi e dalla Società italiana anatomo-patologi come centro di riferimento in Italia, cui tutti gli ospedali potranno inviare campioni per la verifica della corretta procedura di analisi del Dna. «Questo è il frutto di due anni e mezzo di lavoro» ha spiegato Bardelli, la cui équipe è formata da undici ricercatori precari, che guadagnano da 1.000 a 1.500 euro al mese. «In futuro speriamo di estendere la cura anche in prima linea, ai pazienti senza metastasi».
di JACOPO D'ORSI